CIRCO, AMORE E MACERIE

Fine della storia: sono andata a letto con King Kong. Inizio della storia: avevo regalato a mia figlia il libro: “L’amore è un circo.”

E così la settimana scorsa sono finita a letto con il gorilla del circo. Sì, il gorilla, Ping Pong lo chiama Emma, ho provato a correggerla ma per lei tra King Kong e Ping Pong non c’è tutta questa differenza. E più la correggo più se la ride, e fa apposta a dire il contrario. Le ho regalato quel libro perché ultimamente è ossessionata dalle storie d’amore, le vede anche dove non ci sono. Se stiamo guardando un film e due si avvicinano, lei se ne salta fuori dicendo: “Ma quei due si amano?” e poco dopo: “Mamma, quando si sposano?”, quando magari sono solo mamma e figlio.

La vita spesso ti pone davanti ai tuoi opposti, perché forse così opposti non sono, a volte è solo qualcosa che stai respingendo ma che in fondo ti appartiene più di quanto pensi. Io ad esempio sono diventata l’anti-amore ma vivo davanti a mia figlia che invece sposerebbe anche due formichine intente a tenere su una briciola troppo pesante.

Ho googlato “spiegare l’amore ai bambini” e mi è uscito quel libro del circo. Messo nel carrello et voilà, eccoci sul lettone a leggerlo. Parla di emozioni e di cosa si prova quando si ama, il tutto presentato attraverso personaggi e acrobazie da farfalle nello stomaco, roba da circo appunto. Perché l’amore è un’emozione forte, da gente che sa stare sul trapezio a quanto pare. Forse è per questo che viene davvero bene a pochi, l’amore intendo. Fatto sta che più che comprendere meglio l’amore Emma si è presa una fissa atomica per il circo e si è messa in testa che ci saremmo dovute andare.

A me il circo ha sempre fatto un po’ di paura, è come se nascondesse un aspetto tetro. È una cosa che sospetto quando vedo troppi lustrini. Perché tutta questa luce? C’è qualcosa da nascondere? E poi non sopporterei l’idea di vedere degli animali sul palco. Ma Emma vuole andare al circo.

Ne ho trovato uno poco distante da casa che si vendeva come circo “senza animali” e mi è parso il giusto compromesso per farla contenta. Restava in città per gli ultimi due giorni. Cosa non si fa per i figli.

Ed eccoci lì, bicchierone colmo di pop corn, cappelli di lana con tanto di pon pon in testa e prima fila per noi. 

Ah sì, mi sono fatta inculare: “SIGNORA! Con tre euro in più ha la prima fila. E King Kong saluta sempre i bambini della prima fila!” La signorotta dietro la cassa sorride e ovviamente ha un dente d’oro. Certe cose non sono cliché, certe cose sono così e basta.

“Ping pong Ping Pong!” sbuca Emma da sotto tirandomi per la manica della giacca.

“Vada per la prima fila.”

Peccato che siamo le uniche. Non c’è molta gente, avremmo potuto sederci in qualsiasi altro posto e vedere alla perfezione, ma quello che accade al circo lo scopri solo se metti piede dentro al tendone e quando hai il piede dentro hai già pagato il biglietto.

Poco male, non morirò per sei euro: sì, erano tre euro da moltiplicare per due. Inculata doppia.

Emma è tutta eccitata, neanche le servirebbe la sedia. Speriamo regga tutto lo spettacolo, penso tra me e me, che con i bambini non si può mai sapere.

Le luci si spengono e lo spettacolo ha inizio. Abili giocolieri, un mago grassoccio, due attraenti equilibristi, un clown che forse è stanco di fare il clown e quella che mi colpisce di più: la contorsionista. Sorride come sorridono quelle del nuoto sincronizzato, ma gli occhi la tradiscono, è triste. Eppure più si contorce più sorride, ma il vero sforzo disumano è tentare di nascondere la tristezza dietro il sorriso. Lascia perdere, vorrei dirle, gli occhi non mentono e so bene cosa vuol dire.

E poi finalmente arriva lui, Ping Pong, ormai lo chiamo così pure io, e dico finalmente perché Emma mi avrà chiesto duecento volte: “Quando arriva il gorilla, quando arriva, quando arriva!”.

È un pupazzone gigante, uno di quei costumi che si gonfiano con te dentro, si muove goffo, fa su e giù con le gambe e agita le braccia mentre il fonico fa andare il suo verso in loop. Il tutto condito da molto fumo artificiale, per un bambino dev’essere abbastanza impressionante. Emma infatti ride e si stringe al mio braccio, quel mix tra paura e entusiasmo. Io mi perdo a guardarla, adoro quando è felice e scopre le cose del mondo, ma dopo un po’ che il pupazzo ripete quei movimenti mi soffermo a pensare: “Chissà quello che sta là sotto. Chissà cosa pensa. Chissà se il vestito a forza di dai e dai puzza. Chissà quante volte si è dovuto infilare dentro quel costume contro voglia. E chissà se ci vede davvero con tutta quell’impalcatura addosso.”

Il gorilla fa un saluto da sei euro, un saluto appositamente rivolto a Emma e lei inizia a piangere. Tutto regolare, la prendo in braccio e la tranquillizzo. 

E lì il colpo di scena. L’abito si affloscia all’improvviso, qualcosa va storto, il gorilla inciampa, cade dal palco e ci arriva addosso. D’istinto sposto Emma e l’attimo dopo l’uomo che stava dentro al gorilla mi arriva in testa. Una gran testata, il brusio della gente intorno e le luci che si riaccendono all’improvviso. Un clamoroso colpo di testa.

In un attimo finiamo dietro alle quinte, Emma ha in mano uno zucchero filato tre volte più grande della sua testa e io il sacchetto del ghiaccio.

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