“Domani andiamo a Chioggia.”
“A Chioggia?”
“A Chioggia, sì.”
“E che ci andiamo a fare?”
“Andiamo a ballare salsa.”
Non servivano altre parole. Non erano mai stati a Chioggia, non erano mai partiti all’improvviso, né tantomeno avevano mai ballato insieme la salsa. La salsa era una cosa di Mari Sol, tipo come fare sport, aveva sempre pensato Matteo, una passione del momento, un niente di che, a cui non aveva mai dato molta importanza. Ma, dopo quel messaggio, la salsa gli parve divenire un tutto di che.
Lei tentò un: “Ma…”
Lui la fermò: “Ti chiedo solo una cosa: non ora, non così.”
Ogni amore che finisce ha un ultimo viaggio. Un ultimo disperato tentativo di far funzionare le cose, di ricercare quel guizzo perduto. Ma quando una bottiglia d’acqua perde il frizzante è inutile accanirsi, il massimo che puoi fare è dissetarti con quel gusto svampito e un po’ amaro che resta.

Mari Sol e Matteo quel guizzo l’avevano perso tra le mura di casa, assecondando la routine, crescendo due figli, andando da otto anni in vacanza al solito posto e ordinando la pizza il sabato. Perché se la ordini il venerdì non sta bene, ti giochi il bonus pizza prima che inizi il weekend e poi che fai? Ti intristisci prima che sia di nuovo lunedì.
Ma quel venerdì non si preannunciava un weekend simile agli altri, quel venerdì Mari Sol e Matteo sarebbero partiti per Chioggia.
–
“Papi, ma perché torniamo di nuovo al mare?”
“Perché l’aria di mare fa bene.”
“E perché andiamo a prendere anche la nonna?”
“Perché per oggi starà con voi in hotel, io e mamma abbiamo una cosa da fare lì vicino e poi vi raggiungiamo.”
“Ok… Pa’, stasera possiamo prendere la pizza?”
“Fate come volete.”
Il Matteo di sempre avrebbe specificato che era venerdì, ma era così annebbiato che si limitò a restare concentrato sulla strada, con conficcati nella testa i messaggi trovati nel telefono di Mari Sol la sera prima.
Quel:
-Ti penso, vorrei tanto essere lì con te. –
Un certo Miguel.
Continua a leggere: NON ORA, NON COSI’Parole che gli erano esplose nel petto. Non era riuscito ad affrontare la moglie in diretta, fu lì che aprì Booking e fermò una stanza in centro a Chioggia, un terreno neutro a un passo dalla loro Sottomarina di sempre.
Partirono al mattino presto con l’arietta che ingannava gli ultimi giorni di agosto. La suocera era stata istruita a menadito dal figlio: salì in auto senza battere ciglio con una valigetta e l’aria altrettanto composta. Non fece domande e non parlò a sproposito come d’abitudine. In poco più di un’ora da Verona arrivarono a Sottomarina: i ragazzi con le cuffie sulle orecchie e loro con solo la radio di sottofondo, non una parola, quella cosa che avviene quando tutti sanno e nessuno parla.
Scaricarono Leo, Sofia e la nonna e risalirono in auto.
Il gioco del silenzio era finito.
«Fanculo, Mari Sol, fanculo!» sbottò, dando una manata al volante. Il clacson partì di colpo e i ragazzi, già oltre le strisce, si voltarono di scatto. Si salutarono di nuovo, poi Matteo ingranò la marcia e ripartì.
“Da quanto va avanti questa merda?”
La foga con cui parlava rendeva ancora più assurdo che avesse taciuto fino a quel momento. Mari Sol, che contrariamente a quel suo nome un po’ esotico e caloroso aveva più le sembianze di una Biancaneve, era passata in un attimo dal bianco latte al rosso paonazzo.
“Da quanto?”
Matteo si era fatto la barba quella mattina, una rarità, il viso così pulito lo faceva sembrare ancora più straniero agli occhi della moglie.
“Da qualche mese.”
“Da quanto?”
“Otto mesi… circa.”
Sperava in un tempo minore, un tempo che potesse essere circoscritto in una sbandata, ma otto mesi, più un circa, non gli sembravano una sbandata.
“E quanto tempo c’è dentro quel circa?”
“Tre…”
Andava avanti da quasi un anno. Restarono in silenzio e, assieme ai primi stralci di verità, attraversarono a passo d’uomo ponte sull’Unione.
“Siamo arrivati.”
Mari Sol seguì il marito a testa bassa, ma senza esitazioni. Insieme entrarono in un hotel a metà di Corso del Popolo. La stanza era grigia e verde salvia; tra quei colori freddi, però, un dettaglio ribaltava tutto: il letto in ferro battuto, rosso, con le lenzuola infuocate.
Il rosso è un colore controverso: amore e dolore, insieme.
Lui si sedette sul bordo del letto, lei sulla sedia verde, quella dove di solito si ammassano i panni usati. Fu quello l’assetto prescelto per il momento del confronto.
“Ora voglio sapere tutto.”
Mari respirò a fondo, tirò su con il naso e iniziò: “Miguel è un taxi che ho conosciuto ballando. La prima cosa che ho pensato quando l’ho conosciuto è proprio che era assurdo che il suo mestiere si chiamasse come il tuo. Un taxi, capisci…”
Capiva benissimo. Matteo faceva il tassista di mestiere e anche se non sapeva niente di salsa si ricordava bene cos’era un taxi nel gergo della danza, gliel’aveva spiegato la moglie tornata da una delle sue prime serate di ballo. Il taxi nella salsa è quella persona jolly che durante le serate danzanti fa ballare chi non è in coppia e ha voglia di entrare in pista, di solito ce ne sono un paio, un maschio e una femmina. Miguel, evidentemente, aveva fatto ballare Mari Sol. Un taxi aveva fatto ballare sua moglie, un cliché che andava a braccetto con una beffa del destino.
“Abbiamo solo ballato all’inizio…”
“Continua…”
“Una sera ero nel parcheggio che cercavo di aprire l’auto ma il telecomando era scarico… Miguel si è avvicinato per aiutarmi e…”
Il telecomando dell’auto, quante volte lei gli aveva chiesto di cambiare quella dannata batteria. Matteo pensò subito a questo, ma inghiottì il boccone e tacque. Non voleva darsi anche quella colpa.
Mari finì il racconto: la classica chiacchierata in parcheggio, lui che le offre la giacca e un numero di telefono scambiato. La storia della giacca era un elemento aggiunto, un’immagine creatasi nella testa di Matteo: Mari Sol ha sempre freddo, e lui se l’era immaginata così, con la pelle infreddolita di quando ti si asciuga il sudore addosso. E da lì: parole, i primi messaggi, attenzioni, piccoli desideri diventati poi necessità reciproche.
“Ogni quanto vi vedevate?”
“Non saprei dirlo di preciso…”
“Ogni quanto?”
“Non saprei conteggiarlo.”
“Ho bisogno di scendere. Devo prendere aria.”
“Posso venire con te?”
Matteo non rispose, Mari prese un giacchino e lo seguì comunque. Lo seguì lungo Corso del Popolo, nessuno dei due aveva il coraggio di parlare, Mari capì dove stavano andando solo quando Matteo chiese indicazioni per il mercato del pesce a un passante.
“Perché stiamo andando al mercato del pesce?”
“Sto andando. Ho fame.”
“Matteo, ci stiamo lasciando?”
“Tu hai fame?”
“Matteo, ci stiamo lasciando?”
“Non lo so. Tu hai fame?”
“Non lo so.”
L’idea del distacco conficcò una lama silente nel cuore di entrambi, ma continuarono a camminare come due cuori impavidi. La città era in pieno ritmo: gente che camminava a passo veloce e barchini nei canali; il loro silenzioso dramma non sembrava toccare Chioggia e il suo da fare.
Entrarono al mercato, dove il forte odore di pesce si mescolava alle colorite espressioni dialettali dei pescatori. Quella R così marcata da suonare teatrale.
“Go e SaRde in saoR speciali.”
“Perfetto.”
“PaR lù e paR la so bela signoRa?”
“A lei non piacciono.” Se l’era ricordato.
“Ghe dò el fRitto misto eloRA!”
“Perfetto, grazie.”
Presero le sportine e muti attraversarono il caos. Trovarono posto su degli scalini che affacciavano sul canale e mangiarono tra silenzi e sguardi, con il rumore di cibo che usciva dai sacchetti mescolato alla voce di Chioggia.

“Mia madre sostiene che sono cose che capitano, che dobbiamo restare una famiglia unita, provare a essere felici, che bisogna andare avanti.”
Per una volta Mari Sol avrebbe voluto urlare che la suocera aveva ragione, che insieme avrebbero sistemato tutto. Riuscì perfino a sorvolare sulla vergogna mista al fastidio che la suocera sapesse di queste cose. Ma la ragione la guidò a parlare con sincerità, con la voce tutta tremante:
“E tu… tu cosa pensi?”
“Che è una minchiata. Io non ci riesco a fare finta di niente.”
“Neanche io.”
Le campane inferocite del mezzogiorno fecero sobbalzare il cuore già agitato di entrambi.
Si abbracciarono in modo del tutto spontaneo e faticarono a mollare la presa.
“A prescindere da questo, io ti ho amato con tutta me stessa.”
Era surreale, Matteo avrebbe voluto e dovuto essere incazzato nero, ma la realtà era che credeva alle parole di lei e che desiderava abbracciarla e passare quell’ultima notte insieme, anche se la sua Mari Sol si era appena espressa al passato.
Fu di nuovo lei a riempire il silenzio: “E adesso che facciamo?”
“Adesso ho bisogno di starmene un po’ solo.”
Matteo fece una lunga passeggiata e quando tornò in hotel Mari Sol e le sue cose non c’erano più, trovò un biglietto sulle lenzuola rosse:
-Ho pensato di lasciarti il tuo spazio, ho preso una stanza in un hotel qui vicino, se ne senti il bisogno chiamami. Qualsiasi cosa accada, insieme o separati, trattiamo il nostro amore con il rispetto e la dignità che merita.-
CONTINUA O FINISCE, questo lo decide la tua fantasia.
Se ti va scrivimi nei commenti il finale che immagini, viaggio insieme a voi 🙂
Una Bionda e Una Penna
