A PICCOLI PASSI

Uno dovrebbe essere rilassato alla vigilia delle vacanze, io no, ne ho timore. Siamo una famiglia strana, o forse lo siamo diventati con gli anni. Viviamo sotto lo stesso tetto, ma ognuno sta bene nel suo spazio: mio marito in garage, mia figlia in camera, io in banca tra i numeri. Romeo è l’unico che sta bene un po’ qua un po’ là, ma lui ha quattro anni, e a quattro anni è tutto favoloso.

È da molto che non passiamo del tempo insieme e non so proprio quale sarà il risultato. Tra l’altro partiamo con il discutibile furgoncino hippie, giallo canarino, prestatoci da una coppia di amici. È stata un’idea di Bruno, credo l’abbia fatto per testarlo e per stare in qualche modo vicino ai suoi amati motori. L’ho lasciato fare, non avevo voglia di trascinarlo anche quest’anno al mare per sentirmi dire che fa caldo.

Tanto Lena avrebbe avuto comunque da ridere, Lena nell’ultimo anno e mezzo ha da ridere su ogni cosa. La vita degli adolescenti è un reso merce costante di ciò che i genitori propongono, quindi il suo disappunto in questo caso non è troppo rilevante. Spero solo che ritrovi un po’ di sintonia con il padre, perché nell’ultimo periodo il loro rapporto viaggia dal “buongiorno” dritto alla “buonanotte” e io sono esausta di esserne la mediatrice.

Insomma, ho paura di questa vacanza. 

Non avrei mai pensato di dirlo ma rimpiango le vacanze con Lena bambina e Romeo neonato. Bruno e io non avevamo nemmeno il tempo di lavarci il muso, i bimbi erano totalizzanti, non chiedevano altro che le nostre attenzioni. E noi due complici, sdrammatizzavamo le fatiche, in mezzo a frenesia e disordine. Ora è tutto diverso. Ora ognuno non vede l’ora di farsi i fatti propri. 

Una cosa però è rimasta invariata: è la sera prima della partenza e io devo ancora fare le valigie, per tutti.

“Ehi, Chià! Ti squilla il telefono, è tua madre.”

“Arrivo.”

È il momento delle raccomandazioni. State attenti alla strada. State attenti ai bambini. La montagna è pericolosa, potreste imbattervi in un orso!

“Ciao mà! Sono di corsa che sto finendo le valigie.”

“Chiara, devi tenermi Brendy!”

“Eh?”

“Brendy. Mi hanno chiamata da Roma, c’è stato un ripescaggio per quella trasmissione di cucina. Starò via tre giorni per la selezione e non so a chi lasciarlo.”

“Mamma è impossibile, anche noi stiamo per partire, ricordi?!”

“Brendy starà benone in montagna!”

“Lo sai che Romeo ha paura dei cani.”

“È tuo marito che ha paura dei cani, non Romi.”

“A Bruno non piacciono. Romi ne ha paura e in più stiamo per partire. Per favore mamma, trova un’altra soluzione.”

“Lena è felicissima che Brendy venga con voi.”

Colpo basso. Vecchia volpe, è proprio mia madre. Ha già escogitato tutto, toccando il delicato tasto -Lena-, sa di aver vinto. Sa bene che tutto ciò che può renderla meno adolescente e più bambina fa al caso nostro. Quindi… abbiamo un cane. E io devo parlare con mio marito.

L’ansia per questa vacanza è alle stelle.

“Stai scherzando, vero? Io quel mostriciattolo non lo voglio nel nostro Volkswagen. Puzza e perde pelo.”

“Il furgone non è nostro e Brendy non puzza.” Ma sì, perde quintali di pelo.

“Riflettici bene, potrebbe esserci di grande aiuto con Lena. Sai quanto ci è affezionata. Potremmo usarlo come gancio per farla camminare e darle qualche compito. Così la stacchiamo da quel cavolo di cellulare.”

So di averlo colpito nel segno, da quando le abbiamo concesso lo smartphone Lena pare in un’altra dimensione. Abbiamo provato a limitarne l’uso, ma è peggio. Ha cominciato a gridare in giro per casa, nemmeno quando aveva due anni le ho visto fare certe sceneggiate. Abbiamo consultato anche uno psicologo e ci ha consigliato di essere vigili ma di lasciarle il telefono in libero arbitrio, per renderla più responsabile. Ma è un disastro comunque, scorre video su TikTok a tutte le ore. Lobotomizzata. E se le parli, le dai fastidio.

“Fatti dare un trasportino. Il peloso non uscirà da quel coso senza il mio permesso.”

Chiuso in un trasportino per quattro giorni. Povero chihuahua. Ma è sempre meglio di niente.

“Mammaaa, il tuo telefono suona!”

Mia madre, di nuovo. Magari ci ha ripensato.

“Grazie Romi.”

“Mamma, mi metti una canzone di Elsa?”

“Fammi rispondere alla nonna e poi ci pensiamo.”

Ciuccio in bocca e mani conserte. Si siede per terra piantandosi sopra un piede. Maledetta quella volta che gli ho fatto vedere Frozen, ora è ossessionato da quelle canzoni.

“Ehi mà, dimmi.”

“Comunque sei una stronza.”

“Scusa!?”

“Ti dico che mi hanno chiamata per la trasmissione di cucina e non mi chiedi niente.”

Pure i sensi di colpa adesso. Quest’ultima ora sta durando una settimana.

“Ero concentrata sulla faccenda Brendy.”

Cerco di darle l’importanza che merita, d’altronde è grazie a lei se ho mangiato bene per almeno vent’anni, glielo devo. E poi si sa, quando si tratta di sogni nel cassetto abbiamo tutti bisogno d’incoraggiamento. La cucina è sempre stata il suo regno e nei suoi piatti ci mette davvero il cuore. Riesco a infonderle tranquillità, carica e chiudo la telefonata senza sensi di colpa.

Riparto cacciata verso le valigie, dimenticandomi di avere Romeo agganciato al piede e per poco non ci schiantiamo entrambi.

“Aiaaa! Mamma! Aiaaa!”

“Romi, scusami tesoro, ti sei fatto male?”

“Aiaaa! Voglio Elsa! Aiaaa!”

“Dove ti sei fatto male?”

“Voglio Elsaaa!”

Raccolgo il telefono, che nel mentre è finito per terra, e metto la dannata canzone di Frozen.

“Una volta sola.” che tanto equivale almeno a tre. O non finirò mai le valige.

Incrocio Bruno in corridoio che serafico mi annuncia che Lena non vuole più venire in vacanza.

“Perché?”

“Non le sta bene che il topo stia nel trasportino.”

Spiego a mio marito che ho ancora tutti i bagagli da preparare, alcune pratiche di lavoro da ultimare e lo prego gentilmente di accordarsi con sua figlia sulle modalità di accudimento di Brendy. Visto che l’idea d’imprigionarlo è stata sua. Aggiungo anche che vada ad affrontare Frozen e suo figlio. Con gli uomini bisogna essere chiare, eppure a volte non funzionano nemmeno gli elenchi puntati.

Usciamo di casa, in pieno stile Mamma ho perso l’aereo e carichiamo le ultime valigie.

“Questa dove lo metto?”

Chiede mio marito sventolando una scatola che non riconosco.

“Non è mia.”

“Mia neppure.”

“Lena?”

Alza l’occhiale da sole e lo riabbassa in silenzio, è un no. Mi avvicino per capire meglio, d’istinto scuoto la scatola rigida, che ha anche un certo peso, e noto così un biglietto infilato nella chiusura. Lo sfilo:

-Un pensiero per tutti voi. Apritelo alla prima sosta. Buone vacanze! –

Senza mittente.

“Dai forza, siamo in ritardo sulla tabella di marcia.”

Seguo le parole di mio marito, appoggio il pacco sul tappetino e salgo.

Non so come sia possibile ma siamo tutti a bordo. Bruno alla guida, io al suo fianco, Romeo mezzo dormiente sul seggiolone nella zona posteriore e Lena vicino a lui, ma dentro lo schermo dello smartphone. Brendy nel trasportino. Si parte.

“Quanto ci vuole per arrivare al mare?”

“Lena, non stiamo andando al mare.”

“Ah.”

“Vuoi sapere dove andiamo?”

“Mhmm.”

“In Val Brembana, in una baita.”

“Mhmm.”

“Sai dov’è la Val Brembana?”

“No.”

“Fattelo spiegare da mamma.”

Merda, non lo so neppure io. È già tanto se tutti hanno delle mutande di ricambio.

“Dov’è, mà?”

“Eeem…”

Bruno capisce che brancolo nel buio.

“Benissimo, nessuno sa dove stiamo andando…”

“Effetto sorpresa assicurato!” sovraccarico la frase di entusiasmo.

“Quale sorpresa?” Romi resuscita dal sonno.

Punto l’occhio sul pacco abbandonato e tento di salvare il salvabile: “Questa qui!”.

Anticipo così l’apertura della scatola. Tiro fuori uno strano aggeggio, la forma è quella di una lanterna con tanto di candela mezza consumata all’interno, ma un particolare su tutti vince in stranezza: la porticina ha una chiusura meccanica, simile a quella delle casseforti. Non ho mai visto nulla di simile, dev’essere opera di un artigiano.

Dentro lo sportellino noto un altro biglietto, lo leggo ad alta voce.

-Ciao a tutti! Mi presento, sono una lanterna con un timer a chiusura temporizzata e ho una sfida per voi: aiutatemi a ritrovare la luce.

Per farlo basta seguire alcune regole:

Giorno 1- dopo l’apertura del pacco infilate tutti i telefoni dentro la lanterna, impostate il tempo di chiusura (3 ORE) e godetevi il resto del viaggio. All’arrivo Chiara propone un’attività.

Giorno 2- dopo la colazione infilate tutti i telefoni dentro la lanterna, impostate il tempo di chiusura (4 ORE) e godetevi la mattinata. Bruno propone un’attività.

Giorno 3- dopo pranzo infilate tutti i telefoni dentro la lanterna, impostate il tempo di chiusura (5 ORE) e godetevi il pomeriggio. Lena propone un’attività.

Giorno 4- Alle 18:00 infilate tutti i telefoni dentro la lanterna, impostate il tempo di chiusura (6 ORE) e godetevi la serata. Romeo propone un’attività.

Buona sfida! –

“Che scherzo di cattivo gusto.” Lena.

“Questa è opera di tua madre.”

“Mamma, mi metti Frozen?” Romeo.

La loro freddezza accende in me una fiamma.

“A me sembra un’ottima idea. Dovremmo provarci.”

Prendo il mio smartphone, apro lo sportello e lo infilo dentro. Guardo Bruno.

“Se infilo ora il telefono lì dentro come arriviamo in Val Brembana? Visto che nessuno sa dov’è…”

“Compriamo una cartina al primo autogrill.”

L’indiana Jones che abita in mio marito si risveglia, mette una freccia e accosta.

“Ok, proviamoci.”

“Scordatevelo, io il mio smartphone lì dentro non ce lo metto.”

“Lena, questa non è un’opzione.” Dico con fermezza.

“Se mi obbligate a farlo mi getto in mezzo alla strada e inizio a urlare.”

“Se accetti la sfida il topo può uscire dal trasportino.”

L’affermazione di Bruno mi lascia sbalordita, lo sento complice, e soprattutto, colpisce nel segno.

“Solo per oggi.” Afferma Lena, sganciando all’istante la porticina per far uscire Brendy.

Prendo i telefoni di tutti e li infilo dentro la lanterna.

“E io?” chiede Romi.

E lì un lampo di genio, Bruno e io ci guardiamo intendendoci all’istante.

“Il ciuccio!”

È una delle battaglie che non riusciamo ad affrontare, Romi usa ancora il ciuccio, e noi per continui rimandi e per estrema comodità non siamo ancora riusciti a toglierglielo.

Sgrana gli occhi impaurito, ma accetta la sfida, che così ha il sapore di un gioco. Toglie il ciuccio, lo infila nella lanterna e chiude lo sportellino.

Seguo le istruzioni per impostare il timer di 3 ore e un click segna l’inizio di questa follia. Non so bene dove stiamo andando e nemmeno cosa stiamo facendo, ma un brivido nuovo mi sfiora.

Dopo aver discusso con mio marito per mezz’ora sulla cartina migliore da acquistare, mentre Lena e Romi bisticciavano sui dolciumi da comprare, riusciamo a rimetterci in marcia. Viaggiare consultando la mappa e sgranocchiando M&M’s non mi fa sentire la mancanza dello smartphone. Bruno e io ci lanciamo continue frecciatine, sbagliamo qualche direzione e ci incolpiamo a vicenda. Segni che abbiamo preso sul serio la sfida. I ragazzi ronfano a bocche spalancate. Dopo due ore la cartellonistica stradale ci fa capire che siamo quasi a destinazione. Arriviamo in un piccolo paesino e lì chiediamo indicazioni ai passanti. Mia nonna diceva che con la lingua si può arrivare dappertutto e aveva ragione.

Grazie alle indicazioni ricevute imbocchiamo la stradina agro-silvo-pastorale che stavamo cercando e finiamo praticamente in mezzo al bosco. Ora anche i ragazzi sono svegli e Romeo ride come un matto per come stiamo traballando, Lena ci minaccia di chiamare il telefono azzurro, mentre Brendy si gode l’aria di montagna con il muso fuori dal finestrino.

Dopo una quindicina di turbolenti minuti e qualche testata sul tettuccio vediamo la baita.

BAITA LA SACRA FAMIGLIA

Il cartellone recita così.

“Quindi ora possiamo riavere i telefoni?” chiede Lena prima ancora che Bruno spenga il motore.

“No, il timer segna altri 40 minuti.”

“E poi ora tocca alla mamma.”

L’uscita di Bruno mi sorprende. Era attento quando ho letto le regole. 

Mi ritrovo però spiazzata, non so che attività proporre. Avrei potuto pensarci in camper, ma la consultazione della cartina ha assorbito gran parte delle mie energie. A dire la verità mi sono divertita a osservare il comportamento di tutti in questa nuova situazione. Credo di essermi goduta il viaggio.

“Intanto portiamo dentro le cose e diamo un occhio alla casa.”

La proprietà è davvero particolare. Ci sono due casolari distinti, uno con camere e bagno e l’altro con solo la cucina. Le due parti sono collegate dal giardino, al centro del quale regna una grande tavola di legno. Il tutto è arricchito da una maestosa quercia con sotto un’amaca e un barbecue. E bravo Bruno, questo posto sa di pace.

La zona notte si sviluppa in verticale, come una piccola torre. Al piano terra un letto matrimoniale, il bagno e una scala a chiocciola, che porta all’altra camera al piano superiore.

Propongo di preparare insieme i letti. Lena si lamenta dell’attività e io la sfido a fare di meglio quando toccherà a lei.

“Puoi contarci.”

Bruno prende le lenzuola piegate sul fondo del letto e avvia le danze.

Dopo aver chiarito a tutti qual è il coprimaterasso e quale il copriletto, ognuno di noi afferra il lenzuolo da un lato e lo porta verso la propria estremità. Di solito, quando lo faccio da sola, devo circumnavigare il letto più e più volte e gli angoli fanno i capricci; così invece, a parte Romeo che perde di mano il suo angolo, è tutto più facile. Mentre sto sistemando il copriletto, con l’aiuto di Romi e la resistenza di Lena, un forte rumore ci sorprende dal piano di sopra.

“Cos’è stato? Scordatevi che io dorma lassù stanotte!” chiarisce subito Lena.

“Dev’essere caduto qualcosa.”

Dal fondo della scala a chiocciola, che ammetto essere un tantino inquietante, alziamo lo sguardo verso la porta che d’improvviso si spalanca. E quello scemo di mio marito esce ululando, coperto da un lenzuolo. Lena balza indietro per lo spavento, cadendo sul letto appena fatto e Romeo mi salta in braccio.

La mia attività termina così, in un misto tra Desperate Housewife e Piccoli Brividi, ma ammetto che mi sono divertita.

Lena si piazza puntuale davanti alla lanterna, mio marito la apre e consegna gli averi. Per una buona mezz’ora ognuno torna nel suo mondo virtuale e si sconnette dalla realtà. TikTok, ciuccio e Frozen, video di motori e io che controllo le mail.

Alla fine abbiamo dormito in quattro sul lettone. Non succedeva dalla nascita di Romi. In quel periodo Lena diceva di avere paura dei ladri e capitava dunque di stringerci tutti insieme. Era scomodissimo, ma ci stavo benone là in mezzo. Stanotte ho risentito quel calore.

Infiliamo le felpe e ci godiamo la colazione in giardino. Lena fotografa la sua tazza da ogni angolazione, Romeo affoga innocenti biscotti nel latte e io rispondo ai whatsapp in sospeso.

“Bene gente, qui i telefoni e il ciuccio.”

Bruno appoggia con slancio la lanterna sul tavolo. Sono sorpresa di questo suo trasporto, ma forse è solo il fascino della novità, e poi oggi tocca a lui scegliere l’attività. Lena sbuffa, mentre Romi si infila in bocca il ciuccio e se lo tiene con due mani. Faccio il primo passo, mollo la chat di -scambio libri usati- e consegno il telefono. I ragazzi mi seguono. 

Bruno imposta le 4 ore nel timer.

“Andate a mettervi le scarpe, oggi facciamo una

passeggiata.”

“Però! Anche tu non scherzi a fantasia…” Lena proprio non ce la fa a frenare l’entusiasmo.

“Papà, io però sono stanco. Vorrei un cartone!”

“Romi… ci siamo appena svegliati.”

“Ah… allora dopo.”

Preparo dei panini e partiamo. Da come Bruno si muove capisco che non ha una meta precisa. Si guarda qua e là e cambia strada un paio di volte. La cosa mi irrita.

“Dove stiamo andando?”

“Non lo so.”

“Ma…”

“Chià, ti prego: molla l’osso, respira e goditi il panorama.”

Brendy è il più soddisfatto, cammina e scodinzola spensierato. Alla fine seguiamo le indicazioni che segnalano una malga a 40 minuti.

Camminare con Romi raddoppia i tempi, da buon bambino oscilla tra slanci d’entusiasmo per la contemplazione dei sassi, a richieste di pause continue. Lena a sorpresa si è messa alla guida della passeggiata, investita dalla missione di cercare i segni del CAI per orientarci. Vederla a schiena dritta mi fa stare bene, con il telefono ho la certezza che sarebbe stata una gobba chiudi fila. Questo strano gioco mi piace sempre di più. Mia madre, oltre ad averci appioppato Brendy, ci ha fatto un bel regalo.

Raggiungiamo la malga e l’atmosfera che profuma di erba fresca e formaggio fuso ci invita a fermarci per pranzo.

“Quindi il tuo piano era rimpinzarci in malga?” provoco Bruno.

“Il mio piano, non era un piano. Mi andava d’improvvisare insieme. Non lo facevamo da molto.”

“È un modo per ribadirmi che organizzo troppo le cose?”

“No, è un modo per dirti che mi piace vederti mangiare un piatto di tortelli fumanti, anche se hai un panino farcito nello zaino.”

Appoggio la testa sulla sua spalla e respiro forte questa montagna.

“Tu e Lena in testa alla passeggiata eravate il paesaggio più bello.”

È il giorno di Lena. Dopo pranzo telefoni e ciuccio entrano nella lanterna senza alcuna resistenza. Bruno e io abbiamo fatto varie ipotesi sull’attività che potrebbe proporci.

“Torta di mele.”

Nessuno parla.

“Torta di mele.” ripete e mi guarda fissa negli occhi.

Non la prepariamo dal giorno che è morto mio padre. Un infarto, un fulmine che ha squarciato il nostro cielo sereno, mio padre era il sole per molti. Quando mamma mi ha chiamata per avvisarmi stavamo facendo una torta di mele. Quell’ultima torta risale a tre anni fa. Adoravo fare quel

dolce con Lena, fin da quando le sue manine erano paffute e fatte solo per travasi e pasticci. La preparavamo così spesso che a cinque anni era praticamente in grado di farla da sola.

Gli occhi scuri di Lena mi fanno capire che non avremmo dovuto smettere, che saremmo dovute andare avanti. La torta di mele non aveva colpe.

“Abbiamo l’occorrente?” chiede Bruno, infilandosi tra i nostri sguardi.

Lena sparisce dietro un pensile e comincia a estrarre gli ingredienti.

“L’ultimo che tocca la quercia in giardino sbuccia le mele.” Molla tutto sul bancone e inizia a correre. Ci travolge. La seguiamo. Ed è bellissimo.

“Papà sbuccia le mele!”

Siamo tutti attorno al bancone, ognuno immerso nella propria mansione. Si parla di farina, zucchero e uova, ma ciò che stiamo costruendo è molto di più.

Romi mescola con molta più forza del necessario, spandendo qua e là, mentre noi aggiungiamo gli ingredienti.

“C’è tutto?”

“No, manca l’ingrediente segreto!” Ribatte Romi con il ditino alzato.

Lo guardo perplessa.

“Manca l’amore.” E così dicendo rovescia una raffica di baci nella ciotola.

Deve averlo imparato da mia madre. È il primo ingrediente che insegna in cucina. 

Infornata la torta e ripulito il bancone, Lena torna a sorprenderci.

“Portiamo fuori Brendy?”

Far fare pipì al mostriciattolo è diventato ormai un momento di famiglia. Mentre Bruno porta sulle spalle Romeo, io cingo la vita di Lena e le dico, a mio rischio e pericolo, che questa vacanza non mi pare così male.

“Mhmm…”

“Anche il gioco non è male.” Aggiungo.

“Tanto poi a casa torna tutto come prima.”

“Tutto come prima, come?”

“Che ognuno si fa gli affari propri. Criticate tanto me e il cellulare ma voi non siete molto diversi.”

“Forse hai ragione. Ma una cosa è certa, ricominceremo a fare la torta di mele.”

Ancora una volta investo questo dolce di una grande responsabilità e con una nuova promessa riesco a strappare un sorriso dagli occhi della mia Lena. A piccoli passi, stiamo facendo un bel po’ di strada.

Estraiamo la torta dal forno, la cospargiamo con una nuvola di zucchero a velo e soffiamo sulle fette ancora fumanti. L’ingrediente segreto ha fatto la differenza, in questa merenda c’è amore.

È l’ultimo giorno, domattina si riparte. Mi dispiacerà lasciare questo posto. In fondo so che Lena ha ragione, una volta a casa tornerà tutto come prima. Ognuno nella sua frenesia. Ma ora è il momento di godersi l’ultima magia. Alle 18:00 spontanei ci raduniamo sotto la quercia. A impostare il timer oggi è Romi.

“Quindi che si fa Romi? Tocca a te decidere.”

“Guardiamo un cartone!” recitiamo in coro, conoscendo la sua risposta.

Accettiamo di guardare per l’ennesima volta Frozen, ma prima lo sprono a pensare a un gioco da fare insieme e a decidere cosa mangiare per cena.

Ci ritroviamo così a giocare a nascondino aspettando i bastoncini di Capitan Findus.

Conto io, sono tutti nascosti, ma ho la profonda sensazione che non li vedevo così bene da troppo tempo.

Mi sento un po’ come Cenerentola, temo l’arrivo della mezzanotte, la lanterna temporizzata si riaprirà per l’ultima volta e torneremo alla normalità. Brendy si aggiudica gli ultimi due bastoncini rimasti, a darglieli sono Bruno e Romi, tutto sommato anche il mostriciattolo ha fatto la sua parte. Ammorbidendo gli spigoli di mio marito, ora anche Romi è più tranquillo al suo fianco.

Ci incastriamo tutti sul lettone per entrare nel regno di Frozen. Romi conosce le battute a memoria, osservarlo è il cartone nel cartone. Il sorriso che gli si dipinge in volto quando entra in scena Olaf, il pupazzo di neve, vale ogni capriccio fatto per questo film. 

E una frase cantata da Elsa mi risuona forte: “Le persone che io amo sono tutte qua.” La regina del ghiaccio ha ragione.

Ci addormentiamo così, senza riaprire la lanterna, senza smartphone e senza ciuccio.

Riporto Brendy a mia madre e passo un’ora a consolarla per non aver passato la selezione.

“Puoi sempre riprovarci!”

“Vedremo…”

“E comunque grazie, ci hai fatto un grande dono.”

“Lo so, Brendy è un cane speciale.”

“Non mi riferivo a Brendy, ma alla lanterna.”

“Eh?”

“Alla lanterna temporizzata.”

“Tesoro, di che parli?” sembra davvero sorpresa, che attrice.

“Dai mà…”

“Ah, ma parli di quell’aggeggio che stava costruendo tuo marito in garage?”

Mi illumino. Adoro mia madre che non si fa mai i fatti suoi. E ho chiara più che mai la luce della mia lanterna.

FINE

Alessia Fiorentino

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