Non li vedo da vent’anni. Se li incontrassi per strada ne riconoscerei sì e no la metà. In tutta probabilità abbasserei pure lo sguardo, per evitare l’incontro e la chiacchiera impacciata, di quelle che alla fine pensi: “Ma… che cazzo ci siamo detti?”
Questi anni a Berlino mi hanno corazzato parecchio, non so se sono ancora in grado di reggere queste italianate.
Non ho nemmeno seguito le loro vite virtuali, odio i social network. La verità è che torno a incontrarli solo perché non ho mai cambiato numero di cellulare, è una di quelle cose che mi mette l’ansia. Io e quelle dieci cifre in qualche modo ci apparteniamo.
Ti saluti che sei un adolescente, libero e traboccante di progetti e ti ritrovi brizzolato, pieno di pensieri e con svariati fallimenti da camuffare. Ci aiuterà il vino spero, sono davvero stanco di bere birra.
Vorrei chiedere alla mia psiche il vero motivo per cui ho accettato questo “invito di primavera”, così hanno chiamato il gruppo WhatsApp creato per l’occasione, ma nella mia testa campeggiano solo pensieri annoiati. Forse ho accettato perché ho nostalgia della cucina del locale che hanno scelto. Si cena al “Convivio”, una garanzia fin da quando a pagare il conto erano mamma e papà. Pregusto già il sapore della pasta casereccia e il taglio morbido della carne che divorerò. È inevitabile, si pensa al cibo a un certo punto della vita, più che alla compagnia. Eppure, mangiare in solitudine rimane una cosa che mi mette una gran tristezza. E ho ragione di pensarlo perché lo faccio praticamente ogni sera. La forchetta che batte sul piatto e la TV di sottofondo che cerca di coprire quel fastidioso ticchettio.
È probabile che dopo questa rimpatriata non ci vedremo più. Ciò nonostante, mi sto preparando con un certo trasporto. Voglio apparire bene ai loro occhi, o forse ai miei. Stasera il me liceale torna in vita per qualche ora e mi tocca fargli vedere chi sono diventato.
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Da Berlino sentivo le lamentele di mia sorella: “Qui non ci sono più le mezze stagioni.” È invecchiata pure lei, ogni volta che la sento deve darmi l’aggiornamento meteo. A me, però, questa pare proprio primavera: sole gentile, fiori sorridenti e le prime scollature invitanti. Dalle mie parti me la scordo sta’ roba. Il tempo almeno aiuta a uscire dalla tana.
Jeans e maglietta morbida, vorrei evitare si vedesse la pancetta che ho messo su. Sneakers e giacca in ecopelle, per avere un’aria giovanile. Cazzo, parlo proprio come un boomer, ci sono dentro fino al collo.
Pettino i capelli usando il trucchetto: porto avanti quel ciuffo di destra in modo che non si noti la stempiatura.
A casa avrei usato i mezzi per raggiungere il locale, qui invece, senza auto sono un emarginato. Mi scarrozza mio nipote, un neopatentato al profumo di dopobarba.
Porca vacca, lo accompagnavo a scuola questo qua e adesso è al volante: “Salta su zio!”.
Mi rincuora che pure le strade siano cambiate, qualcuno dev’essersi incazzato con i semafori, ora ci sono solo rotonde.
“Che fai stasera?”
“Videogame challenge a casa di un amico, zio.”
“Non uscite?”
“Naaa.”
“Ah.”
Frena con lo slancio tipico di chi vive ancora a 200 km/h: “Ciao zio, buon divertimento!”
“Ciao Piè, grazie!” Così com’è cresciuto in un soffio, sfreccia via.
Entro nel locale e una botta di profumo mi arriva dritta in faccia. SBAM, un cazzotto che catalizza ogni mio pensiero, togliendomi perfino dall’imbarazzo di quando entri in un posto nuovo e devi capire come muoverti per stare al mondo. Lo fiuto, lo cerco, lo trovo. È un profumo che mi ha fatto una corte silenziosa per almeno cinque anni. Un profumo a cui alla fine ho spezzato il cuore. Lui non è cambiato. Lei sì invece, dannazione se è cambiata. Era secca e impacciata da morire, ora ondeggia morbida e sicura davanti a me. Pure i capelli le hanno preso forma. Questi chili in più e questo volume le stanno una meraviglia. Sembra a suo agio con i suoi quarant’anni. Dal cervello un messaggio arriva dritto alla patta dei jeans.
“Ehi Marco, ciao!”
“Ciao, Carlotta.”
“Non sei cambiato di una virgola.”
“Stronzate.” Ecco, ho già fatto la figura del buzzurro, ma lei se la ride e ritrovo quel sorriso a denti imperfetti, che ora pare addirittura starle bene, come a volerle aggiungere carattere.
“Ti prego, non dirmi che anche tu sei sposato con figli e che devi andare a casa presto.”
“Stronzate anche queste.”
Ride ancora e mi abbraccia.
“È bello rivederti.”
Sento il calore del suo corpo e pensieri di primavera.
La seguo al tavolo, dove la réunion è già iniziata.
Ci siamo praticamente tutti, pare che la serata fosse attesa. Invecchiando si diventa proprio nostalgici, sarà per questo che si accettano certi inviti.
C’è Andrea il bello, che è rimasto bello. Francesco il brutto, che con il tempo ha trovato il suo stile. Mattia, il simpatico, che sta già venendo verso di me.
“Eccolo, quello che insegue le tedesche!”
“Ciao, vecchio mio!”
“Stasera vecchio mio suona proprio male.”
“Hai ragione. Ciao, vecchio stronzo!”
Ci abbracciamo con una sorprendente e ritrovata complicità. A volte il passato è accogliente.
Affacciandomi al di là della sua spalla vedo lei, Marta, la più carina della classe. Il tempo me l’ha svuotata, è di uno snello strano, uno snello esaurito oserei dire. Di quelli che ti divorano pezzo dopo pezzo.
“Ciao, Marco!”
“Ciao Marta, ti trovo bene…” Mento spudoratamente.
“Abbastanza.” Colgo una diga esausta dietro quell’abbastanza.
Sto zitto e le rivolgo un sorriso di circostanza, qualche momento d’imbarazzo era da mettere in conto. L’ho baciata così tante volte e ora non so nemmeno tenderle una mano. Il tempo spazza via tante cose. Momenti intensi che diventano bolle di sapone.
Carlotta ha preso posto a tavola, pilotato dall’istinto mi congedo da Marta e la raggiungo.
“È libero qui?”
“Ho sempre un posto per te.” La adoro già.
“Sei cambiata sai…”
“Per fortuna!”
“C’è a chi, invecchiando, fa paura cambiare.”
“Può essere… Sei tra quelli?”
“Può essere…”
Sorridiamo complici. Carlotta, chi se lo sarebbe aspettato. La primavera invade ancora i miei pensieri. Mi sento tutto ormoni accanto a lei, all’improvviso ho di nuovo vent’anni. Se questa serata non servirà a un cazzo, almeno sarà servita a farmi sentire questo. Siano benedetti gli ormoni che impazzano, ancora e ancora.
“Tutto bene?” Chiede strappandomi dai pensieri.
“Benissimo.”
“Quindi vivi a Berlino ora…”
“Già, e tu?”
“Al solito posto.”
“Bello.”
“Che?”
“Sei cambiata, ma non sei cambiata. Anche il profumo è lo stesso.”
“Te lo ricordavi?”
“Certo che me lo ricordavo, sa sempre di lecca lecca alla fragola!”
“Quando rientri a Berlino?”
“Non stasera, Carlotta. Stasera resto.”

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