Il mio parto itinerante, dal lento al rock’n’roll.

È cominciata così:
“Andiamo a fare le scalette di Monte Berico?”

Avevamo appena finito di cenare.

Dani: “Sei seria?”
Brando: “Sìììììì!”
E i cani ovviamente erano già in prima linea.
Insomma, avevo la netta maggioranza dalla mia parte.
Gambe in spalla e via. Leggenda narra che fare queste scalette aiuti le donne a partorire quanto prima e io volevo assolutamente che ciò accadesse, perché avevo esaurito la pazienza già da un po’.

La passeggiata atletica si è rivelata divertente, con un BB gasatissimo che ci insegnava come e quando fermarci per prendere fiato. In cielo c’era lei, la luna piena, la super Luna blu, che a posteriori era un chiaro segnale del mio secondo e ormai imminente fiocco azzurro. Ho cercato di guardarla con la stessa intensità e convinzione usata nove anni prima, in mezzo a una folla di sconosciuti, per attirare orso Dani e portarlo da me.



Tornati a casa, a faticaccia conclusa, ci siamo messi tutti a nanna, ignari che quella notte avremo iniziato a danzare.

Alle 3:00 la prima contrazione, che mi sveglia, ma che accolgo silenziosamente. Poi un’altra e un’altra ancora, a quel punto decido di fare caso all’orologio e capisco che c’è già un ritmo cadenzato: ogni 15 minuti ne arriva una.
Che fare?
Respirare profondamente e… lo so, sono un po’ pazza, sono andata a mettermi in testa bigodino, una fascia che, lasciata in posa, regala una sorta di messa in piega.
Se dovevo partorire, volevo tentare di essere carina e vedermi almeno con i capelli in ordine fa la sua parte. Soddisfatta, torno a letto e decido di avvertire Dani.

“Dani, svegliati. Ho le contrazioni ogni 15 minuti”
“Ma… quando ti sei messa quel coso in testa?”
Lo so è difficile prendermi sul serio con bigodino tra i capelli.

Parentesi vanitosa a parte, abbiamo deciso di aspettare e vedere come evolveva la situazione, per capire se allarmare una nonna per sistemare BB, che al momento dormiva beato nella sua cameretta.

Ad un certo punto mi prende una voglia improvvisa. Irrefrenabile.
“Vado a farmi una tazza di latte.”
Io, quella che non mangia mai fuori orario, piegata dalla voglia di latte nel cuore della notte.
Bigodino in testa, tazza di latte tra le mani e contrazioni nell’aria: un inizio alternativo.

Le contrazioni iniziano a essere ogni dieci minuti, ma sento ancora di poterle gestire restando a letto, respirando e mantenendo la calma.
Nel più bello però BB si sveglia e si infila nel lettone con noi. E qui inizia la parte più romantica di questo parto. Il lento. Tutti insieme sul lettone, in un silenzioso travaglio di famiglia che trova tempo e spazio anche per un po’ di coccole. BB si addormenta, mentre io e Dani restiamo svegli a sparare cazzate tra un’onda e l’altra.
Fino alla mia uscita apocalittica: “Cavoli, potrebbe essere la nostra ultima notte solo con Brando”.
E lì, ciaone, mi sono tirata la zappa sui piedi. Ho cominciato a piangere come una scema e qualcosa in me è scattato, al punto che le contrazioni si sono bloccate e siamo caduti tutti in un profondo sonno.

Al mattino ero un po’ delusa, un altro falso allarme, ho detto a Dani di non preoccuparsi e di andare a lavoro. Ho chiesto però a mia madre di venire a casa per aiutarmi con BB in caso di emergenza, visto che continuavo a sentire comunque degli strani movimenti. Come a dire: “Occhio che arrivo eh, forse oggi o forse domani, ma arrivo!”

Ricordo di aver fatto colazione con calma qualcosa mi diceva: “Vai, prendi energia.”
Ho trascorso la mattinata a fare pulizie con contrazioni sporadiche e con mia madre incredula, costretta a osservarmi anche salire in piedi sul bancone della cucina. Ma lei mi conosce bene, inutile fermarmi quando mi fisso.

Dopo pranzo decido di stendermi, per recuperare la notte turbolenta, e lascio che BB riposi con la nonna. Non faccio nemmeno in tempo a sdraiarmi che arriva un’onda forte. Prendo il telefono. Guardo l’ora. Prendo il tempo.
13:00
13:10
13:20
13:30
Chiamo Dani e gli dico di tornare, l’intensità era cambiata, stava iniziando il rock’n’roll.
Appena arriva lo abbraccio e… mi passa tutto di nuovo. Dannazione, vero che l’ho scelto anche perché è una persona che mi dà molta serenità e pace ma, santa Madonna, non bloccarmi il parto!
“Dai, stendiamo la lavatrice” dico, decisamente in fissa con le pulizie, una parte di me stava preparando il nido. Dani non osa contraddirmi e mi aiuta con i panni, mentre stiamo stendendo arriva un’altra onda forte. Torniamo in camera.
Le contrazioni sono però irregolari e io sono un po’ scettica, ho paura sia l’ennesimo fake.
Ad un certo punto l’idea:
“Dani, so come fare! Devi massaggiarmi le caviglie.”
Avevo sentito che è l’unico posto da non stimolare a una donna in gravidanza.
“Tu imbrogli, tu vuoi solo un massaggio ai piedi!”
“No, te lo giuro, me l’ha detto un’ostetrica! Anzi fallo con l’olio di rosmarino, che è un attivante.”
Improvvisamente ero pure streghetta.
Bè, che dire, un minuto di stimolazione e ho tirato il primo vero urlo.
“Molla subito quelle c*** di caviglie!”
Una contrazione, molto molto forte, e da lì non abbiamo più smesso. Let’s rock!

Siamo rimasti in camera a cercare di gestire il momento. Era nostra intenzione affrontare a casa il grosso del travaglio. La situazione però era strana, sapendo che nell’altra stanza c’erano BB e mia madre.
Decido di infilarmi in doccia, per placare il dolore con l’acqua calda, ma arriva la botta di grazia: BB si sveglia e chiede di me.
Mi faccio vedere, mantenendo un certo ritegno, ma dai suoi occhi vedo subito che ha già capito tutto. I bambini sono pazzeschi.
“Mamma, stai con me.”
Qui ha inizio una parte un po’ romantica, un po’ comica, un po’ tragica.
Io che coccolo BB sul divano, ma che ogni 10 minuti scappo in bagno, dicendo: “Amore la mamma va un attimo di là che ha un po’ di mal di pancia.” Giusto un po’…
Mia madre che parla con Dani del minestrone che ha messo su e che sarà poi da congelare.
E Dani che mi fulmina, facendomi capire che forse è arrivata l’ora di staccare da tutto e di considerare seriamente l’idea che sto per partorire!
Arriva così il momento più difficile: separarmi da Brando.
Credo di aver fatto un baffo anche a ‘Via col vento’, ci siamo abbracciati con tutta l’intensità di cui eravamo capaci. Lui che piangeva, chiedendomi di restare, e io che lo stringevo forte. Mi sono fatta coraggio e, non so come, l’ho salutato dicendogli che sarei tornata presto.
Una volta salita in auto, non ho trattenuto più nulla, ho iniziato a piangere come una fontana. Travolta da contrazioni, curve, pensieri e un signor pianto liberatorio, mi stavo avvicinando sempre di più al grande momento.
Mezz’ora d’auto in modalità melodrammatica e in tutto ciò una decisione da prendere: andiamo subito in ospedale o ci fermiamo a fare un altro po’ di travaglio a casa di mia madre che tanto abita vicino all’ospedale?

Dani voleva andare diretto in ospedale, io invece volevo prendere altro tempo per starmene qualche istante tranquilla, senza nessuno intorno.
Ero io la partoriente, quindi ovviamente siamo andati a casa di mamma.
Tempo dieci minuti, Dani ha controllato i minuti tra una contrazione e l’altra e mi ha praticamente presa per i capelli.
“Adesso basta, adesso andiamo in ospedale.”

Ricordo quei minuti di viaggio in modo stranissimo. Era pieno giorno, c’era traffico e io a carponi dietro l’auto, tirando pugni sul sedile, vedevo ogni cosa attorno a me, ma allo stesso tempo mi sentivo in un altro mondo.

Arrivati in ospedale, mi visitano e sento dire ciò che volevo:
“Caspita signorina, è già dilatata di otto cm, via via sala parto!”

Entro in sala e incontro l’angelo che avrebbe fatto nascere il mio bimbo, un’ostetrica dolcissima che mi ha subito messa a mio agio. Ora sì, ora posso partorire.
Ah, no, manca Dani!

“Signorina, dov è suo marito? Qui sta per nascere.”
“Non ne ho idea. Ma cercatelo per favore.”
Non ero più in grado di dire cose sensate, al punto che ho pure sorvolato sulla questione marito. ;P

Insomma l’ostetrica esce e torna con Dani che si era perso tra valige e tamponi.
Capiamo insieme in che artistica posizione vogliamo fare nascere questa creatura e via: un fortissimo lavoro di squadra ha inizio.
Ero incredula che fosse già arrivato quel momento. In poche parole, di tutto il travaglio, tra uno spostamento e l’altro, non ci ho capito una mazza.

Spingo con tutte le mie forze, puntandomi su Dani e sull’ostetrica. Concentrazione. Concentrazione. Concentrazione. Lei mi aiuta e Dani mi dà il ritmo. Seguendo le loro parole e affidandomi a tutto l’istinto che ho in corpo, dopo una serie di spinte (e di parolacce), sento finalmente quella sensazione provata anche con Brando. Una sensazione che ricordavo benissimo: qualcosa che assomiglia a un fluido caldo e magico che senti uscire dal corpo. Era successo ancora, avevo generato una vita.
Mi lascio andare stremata e per qualche istante mi dimentico di tutto, anche di chiedere se è maschio o femmina, e se ho ancora la messa in piega ;p . Alzo gli occhi e guardo Dani.
“È decisamente un altro maschio, amore.”
Resto spiazzata, per una serie di ragioni ero entrata in sala parto convinta che fosse una femmina.
“Ma come, sicuro?”
“Sì sì, è maschio, fidati.”
E poi…l’ho visto. E poi… l’amore.

Geremia 18.48 del 31-08-23


Mi hai sorpresa davvero piccolo Geremia del mio cuore, a partire dal fatto che avevi il pisellino, ma anche per la velocità e la consapevolezza con cui sei venuto al mondo, per il modo in cui ti sei attaccato subito e con sicurezza al mio seno e per la bomba che hai fatto esplodere nei nostri cuori dimostrandoci all’istante che l’amore si moltiplica.

Grazie di esistere e di averci scelti, come guide e come allievi.

Un grazie alla luna, alle scalette, alle caviglie, alle coccole, alle idee strampalate, ai consigli raccolti lungo il cammino che mi hanno dato sicurezza e a tutto ciò che ha reso possibile un altro meraviglioso parto.

Un grazie speciale all’ospedale di Santorso che ancora una volta si è dimostrato un luogo sereno e rispettoso in cui far nascere i bambini.

E grazie vita, per tutto l’amore che mi doni e per le persone che metti nel mio cammino.


Una Bionda e Una Penna, una mamma bis!

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