LENTA COME UNA GAZZELLA

Correva fino a sentire la milza esplodere, aveva imparato a sopportarne il fastidio ed andare avanti. “Devi correre veloce, non fermarti, altrimenti il ghepardo ti prenderà!”, questo sentiva dire continuamente alle gazzelle che correvano in prima fila. “Corriamo, corriamo! Siamo nate per questo.” dicevano le più convinte, quelle che prendevano la corsa come una gara, scordandosi che in fin dei conti erano tutte prede. Correvano ogni giorno, dovevano fuggire dal ghepardo, che quando arrivava uccideva l’ultima della fila.

O corri o muori. Sembrava tutto lì.

Gazzella si era quasi rassegnata che quello fosse il giusto modo di vivere, che quella corsa fosse mezzo, fine ed obiettivo. D’altra parte se nessuno mai si era lamentato, chi era lei per farlo?

Ma se non fosse stata solo una questione tra correre o morire?

Se fosse esistita una terza opzione?

Correva con quegli interrogativi sempre più ingombranti per la testa. Di solito sgambettava nel mezzo del gruppo, a volte anche tra le ultime file: non le era mai interessato correre in prima linea, non nella caccia almeno, lei adorava guardarsi attorno, anche quando in molti le dicevano che non c’era abbastanza tempo per poterlo fare.

Un giorno osò lamentarsi ad alta voce. Una delle gazzelle della prima fila la riprese e per punizione la fece correre per penultima. Rischiò grosso quella volta, fu quasi la preda di turno, fu questione di attimi. Riuscì ad accelerare quel tanto che le servì per salvarsi, ma vide da vicino l’attacco all’altra gazzella. Il ghepardo l’azzanno per il collo, un colpo secco, letale. Si ricordò di aver parlato con lei qualche giorno prima e che proprio quella gazzella le aveva raccontato quanti sogni avesse per la testa ma quanto fosse sempre troppo impegnata a correre per prendersene cura. Adesso non c’era più nulla: solo un’altra corsa giunta al termine. Pensò per tutto il giorno che, per quanto l’avesse scampata, quella gazzella sarebbe potuta essere lei e che quei sogni sfumati potevano essere i suoi. Forse però avevano ragione le gazzelle della prima fila, era meglio correre e basta, senza farsi troppe domande, l’importante era scappare dal ghepardo.

Accadde però qualcosa che la sconvolse: durante una corsa una gazzella della prima fila inciampò, cadde a terra, rotolò e fu calpestata da tutte le altre. Quando si rialzò era l’ultima della fila e il ghepardo se la mangiò.

Gazzella dopo quel giorno non fu più la stessa, o meglio nacque in lei una voglia irrefrenabile di provare ad essere sé stessa, di seguire il suo istinto. Aveva avuto la dimostrazione che il ghepardo prima o poi sarebbe potuto arrivare per chiunque, per gli ultimi e per i primi della fila, indistintamente. Fece molte altre corse, pensando e ripensando a quale fosse il vero significato di quel meccanismo, ma non le fu mai chiaro fino in fondo. Smise di guardare troppo avanti, sarebbe potuta inciampare, ma smise anche di dare troppa importanza al ghepardo, non si poteva vivere nella paura, cercò di concentrarsi sui suoi passi.

Andò avanti così, fino a quando arrivò uno dei cambiamenti più belli della sua vita: scoprì di essere incinta. Una cosa le fu certa fin da subito: si sarebbe fermata. Considerato che la vita della savana concedeva una piccola pausa a chi aspettava una nuova vita, se la sarebbe presa tutta, non aveva dubbi. Decise di andare a fare un giro per la prateria, ad osservare come vivevano gli altri, quali fossero le loro corse, i loro affanni e le loro gioie. Fu la passeggiata più bella e lunga di sempre. Si rese conto che non correvano tutti come pazzi. C’era addirittura chi se ne stava a sollazzarsi sotto il sole, come il leone ad esempio, da lui infatti apprese con grande stupore l’arte della calma. Passò poi intere settimane con gli elefanti, che le insegnarono ad avere rispetto per gli anziani, loro infatti per spostarsi usavano seguire una femmina più vecchia, affidandosi alla sua esperienza. Si incuriosì anche alla vita delle scimmie, erano piccoline ma immensamente agili, imparò ad arrampicarsi con loro. Scoprì che erano un tantino litigiose ma loro stesse le spiegarono come fare per mostrarsi inoffensiva. Spulciarsi a vicenda era infatti un modo per dire: “Vengo in pace, non ti attaccherò”. Godette così di svariati massaggi e imparò a farne a sua volta. Nutriva una grande ammirazione per le giraffe ma con loro faticava a parlare, erano molto timide ed avevano la testa così in alto che dialogare era una vera e propria impresa. Imparò però a comunicare a gesti e con gentilezza, capì quanto il sorriso fosse una forma di comunicazione universale. Si incuriosì anche dei coccodrilli e degli ippopotami che se ne stavano vicino ai corsi d’acqua, con loro imparò a nuotare e scoprì quanto facesse bene a lei e al suo cucciolo, che da dentro la pancia ne traeva tutti i benefici. Cerco anche di capire le iene, erano odiate da tutti, la loro fama era pessima quanto il loro odore. Si nutrivano degli avanzi e delle carcasse altrui, ma dal loro punto di vista lo facevano per non sprecare nulla. Non arrivò a condividerne le scelte ma si avvicinò almeno a poterle comprendere. La pancia nel frattempo si faceva sempre più grande e pesante. Un torrido pomeriggio, mentre passeggiava con le zebre, capì che era arrivato il momento di dare alla luce la sua creatura. Le zebre la aiutarono schierandosi a coppie, una di fronte all’altra, per creare ombra, come erano solite fare per cercare sollievo durante il grande caldo. Questa volta lo fecero però per la nascita del cucciolo.

Fu immenso, potente come il ruggito del leone che vibra nell’aria.

Nacque Gazzellino: in pochi minuti si mise in piedi e sorrise alla vita. Passarono i primi giorni accoccolati, Gazzella si sentiva in pace come non lo era mai stata e lasciò che quel tempo scorresse senza fretta, secondo natura.

Un giorno Gazzellino vide il gruppo di gazzelle correre davanti a loro e le chiese:

«Mamma! Quelle ci somigliano molto! Perché corrono così veloce? Dove vanno?»

Gazzella sorrise tra sé e sé, pensando che ancora non sapeva bene spiegare dove andassero, anche adesso che era adulta.

«Ognuno corre per un motivo diverso, io amo pensare che corrano per la loro felicità».

«E perché noi siamo felici anche se siamo fermi?».

«Perché ci facciamo caso».

«Mamma ma… bisogna essere molto forti e coraggiosi per correre?».

«Tanto quanto bisogna esserlo, a volte, per fermarsi.»

Gazzella insegnò a Gazzellino a correre, stando ben attenta a tenersi sempre un passo dietro di lui. Si rimise così in moto, tornò a correre, senza forzatura alcuna, era stranamente felice di farlo e il suo spirito era completamente mutato. Aveva in sé la calma del leone, la saggezza dell’elefante, l’agilità di una scimmia, la riservatezza della giraffa, l’astuzia del coccodrillo, la forza dell’ippopotamo, le contraddizioni della iena, la gentilezza della zebra ed era… lenta come una gazzella.

Mai si scordò quanto fu bella quella passeggiata nella savana.

Una Bionda E Una Penna

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