-WANTED-

Non ho dormito. Quella pazza idea non mi dà tregua. Ieri mi ha tormentata per tutto il giorno e stanotte si è portata via anche il sonno. Non posso oppormi a lei, è un impulso troppo forte. Come quando di notte hai una gran sete e nonostante alzarsi sia l’ultima cosa che vorresti fare, il tuo corpo lo fa e basta, senza chiederti il permesso, d’un tratto ti ritrovi in cucina, disperatamente attaccata alla bottiglia. Hai bisogno di quell’acqua.

Ho bisogno di questa fuga. Vaffanculo, ora mi alzo e vado.

Arrivo in cucina, guidata dal profumo del caffè che sta ribollendo nella caffettiera. Fantastico sì, ma non è la caffeina che voglio. Salterei la colazione e mi infilerei dritta in auto, ma lui si insospettirebbe troppo. Meglio fare colazione con calma, come ogni mattina di questa quarantena.

“Amore, ti sei svegliata presto oggi.”

“Sì, non avevo più sonno. Così ho deciso di farti compagnia per colazione.”

Lui si siede a tavola ma in modo fugace. I suoi gesti sono veloci: si vede che ha ancora un ritmo da seguire. Ha degli orari, degli impegni e delle scadenze: un lavoro in poche parole. Io invece ora sono molto più lenta. La mia tazza è più piena rispetto a quella della vita di prima. La riempio di più per poterla sorseggiare a lungo, per tutto il tempo della colazione. Spalmo le fette biscottate una alla volta. Prima il burro, poi la marmellata. Prima invece ne mettevo direttamente otto sul tavolo, spalmavo il burro su tutte e poi la marmellata. Sembrava una catena di montaggio, ora invece ho decisamente più le sembianze di un paziente artigiano. Le rifinisco una ad una, con calma, ogni pezzo è unico. Dispongo poi le mie pillole sul tavolo, come fossero delle pietanze, le gusterò dopo le fette biscottate. Ogni cosa ora ha un tempo. Vicino metto anche quella per il cane, che povero si è beccato una brutta allergia. Questa è l’unica cosa del giorno di cui devo assolutamente ricordarmi, tutto il resto posso farlo senza orari. Le pillole no, sono come un micro nuovo lavoro.

Sì, sto sclerando. E se non fuggo, le cose potrebbero anche peggiorare. Potrei finire per voler dare la pillola anche all’altro cane, che sta benissimo, pur di darmi delle missioni. O scappo, o do di matto. Oggi scappo, ho una vita per impazzire.

Aspetterò che lui esca di casa e poi mi metterò in auto.

“Ciao ciccia, io vado. Buona giornata, ci sentiamo dopo!”

“Ciao! Buon lavoro a te!”

Perfetto, è andato. Preparo uno zaino alla velocità della luce con lo stretto necessario. Acqua, tanta acqua, una ciotola per i cani, qualche snack, un telo e… non mi serve altro. Ah no, questo ero lo zaino prima del Coronavirus, si vede che non esco da molto. Ora mi servono anche la mascherina, i guanti e una cazzo di finta autocertificazione, se dovessero fermarmi. Devo prenderlo in considerazione. Cosa scrivo però nel foglio?

“Affetta da un non-diagnosticabile ma fottuto bisogno fisico e mentale di sentire il rumore del mare.”

Mi sembra la strada giusta per finire in manette. Non sempre la sincerità ci ripaga. E oggi non è il giorno giusto per aggrapparmi a lei. Devo mentire.

Motivi di salute? No, non scherziamo su queste cose. Assistere parenti? No, non ho parenti da quelle parti. Comprovate esigenze lavorative? Sì, potrebbe essere la più plausibile. Basta inventarsi un lavoro. Non è un reato poi così grave. Che lavoro potrei fare? Dev’essere credibile, uno di quegli impieghi da Covid19: o negli alimentari, o in alcuni uffici, o nella sanità. Bingo, idea! Ricordo che una volta, ero al mare con la nonna e passando davanti ad uno stabile, lei stessa mi aveva fatto notare che si trattava di una casa di riposo. Era vicina al mare, le dava pace solo a guardarla.

“Se un giorno ci dovessi andare, portatemi qui. Così avrò una bella vista. E tutte le volte che verrai a trovarmi, sarà una gioia, perché farai anche un giro al mare.”

Grazie nonna! Oggi fingerò di lavorare in quella casa di riposo. Fammi solo googlare qualcosa di attinente per poter risalire al nome esatto. ‘La Rosa dei Venti’: eccola, perfetto. Compilo l’autocertificazione, con la speranza di non doverla utilizzare. Metto il guinzaglio ai cani e li carico in auto, ovviamente vengono con me. Vederli correre sulla spiaggia, è una parte fondamentale di questa idea fuori legge di recupero energetico.

Incrocio le dita. Sorvolo sul piano morale e schiaccio il piede sull’acceleratore. Spero con tutta me stessa, che stasera, questa grande e assurda follia possa trasformarsi in un piccolo e prezioso segreto con me stessa.

Guidare di solito è distensivo, ora però ho un’ansia addosso che non mi permette neanche di accendere la radio. Devo stare concentrata. Avere mille occhi per poter evitare le pattuglie della polizia. Sarà un’ora e un quarto ad alta tensione. Sento i muscoli rigidi, da quelli cervicali, fino a quelli delle mani sudate sul volante. Questo tratto di strada provinciale è uno di quelli che mi preoccupa maggiormente. Ho l’impressione che perfino i miei cani mi stiano guardando male, come a volermi dire che diavolo sto combinando. Ma ormai non posso tornare indietro.

Arrivo all’imbocco dell’autostrada, primo step andato. Qui guido più liberamente, nonostante i camion che mi intimoriscono sempre un po’, sono così grandi dannazione. Non ho mai visto l’ A4 così sgombra, pazzesca, non sembra neanche la stessa strada. La mente per qualche istante riesce a distrarsi, pregustando ad occhi aperti il profumo del mare. Devo però restare vigile, se sbaglio sono fottuta. Se venissi scoperta, non saprei proprio che spiegazioni dare per cavarmela. Né alla polizia, né al mio ragazzo, che probabilmente, moralmente parlando, sarebbe più severo delle autorità. Accendo la radio. No, niente da fare, mi distrae troppo. La spengo. Sento solo il rumore delle ruote sull’asfalto e del finestrino che traballa. La mia povera vecchia city car non è di certo fatta per queste fughe in stile narcos. Speriamo che regga il colpo.

Esco dall’autostrada, ultimo tratto di provinciale. Siamo a tre quarti. Il paesaggio infatti comincia a cambiare, non è più lo sfondo di grigie città di passaggio. Si fa più verde, la natura comincia a prevalere sull’asfalto. Aria.

Mio amato Porto Caleri sto arrivando.

Mancano sì e no dieci minuti, ce l’ho quasi fatta!

Alzo gli occhi al cielo e batto le mani sul volante, in un gesto liberatorio. Quando però riabbasso lo sguardo, vedo una bella paletta rossa, che punta dritta verso di me. Sono fottuta. Torno subito con i piedi per terra e poi sul freno. Metto la freccia e accosto.

“Buongiorno Signorina! Favorisca i documenti cortesemente.”

Ho la tremarella, è ufficiale. Quasi fatico a mettermi bene la mascherina, che prima portavo come collana. L’immaginazione per un attimo, trasforma la mia mascherina monouso in un passamontagna e nello specchietto vedo il riflesso di una perfetta delinquente.

ladro

Allungo all’omone patente e il libretto, che sono l’unica cosa legalmente in regola che vedrà per i prossimi dieci minuti.

“Dove sta andando?” Ecco, ci siamo.

“A-a-a lavoro.” Merda, balbetto pure.

“Mi faccia vedere l’autocertificazione.”

Prendo tra le mani il fatidico foglio della grande menzogna, lo stendo per bene, che almeno sia presentabile, e glielo passo.

“Mamma mia signorina, viene da Vicenza e lavora così lontano?”

A questo non ci avevo proprio pensato. Fantasia, fantasia Ale, usa la fantasia.

“Sì, sa sono una consulente esterna. Vengo sporadicamente per degli incontri.”

“Mmmm, ok. E mi scusi i due cani?”

Dannazione è vero, ho anche due cani sui sedili posteriori. Più fantasia Ale, più fantasia.

“Eeeem, Pet Teraphy signore. Oggi portiamo un po’ di allegria a quei cari vecchietti.”

“Che meraviglia.”

L’omone allunga la mano verso di loro, per fargli una carezza ed io perdo altri tre anni di vita, ma ringrazio tanto quel giorno in cui Zen e Misty hanno stabilito le loro posizioni in auto. Misty si siede sempre dietro al sedile del guidatore, quindi il poliziotto trova la sua gioia ed una bella leccata ad accogliere la carezza. Se ci fosse stato Zen al suo posto, probabilmente avrebbe ringhiato alla grande e non sarebbe stato facile portare avanti la teoria del cane da Pet Teraphy.

“Bene signorina può andare. Le auguro buon lavoro e mi raccomando poi non si fermi a fare un giro al mare!”

La mia faccia cambia dieci tonalità in pochi secondi: dal bianco al rosso fuoco e il poliziotto probabilmente se ne accorge.

“Era solo una battuta, tranquilla! Non metto di certo in dubbio la sua professionalità.”

“Ahhaha, certo! L’avevo capito. Arrivederci!”

Sgaso alla grande e fuggo via. La fuga nella fuga. Non avrei retto quel confronto un minuto di più. Sarei crollata a breve, probabilmente auto costituendomi in lacrime. Non so come sia possibile, ma ce l’ho fatta. Ho passato il controllo. Mi sembra assurdo, non sono mai stata brava a fingere. Pensate che l’unica volta che da ragazzina, per una bravata, ho provato a rubare un mascara in un supermercato, sono finita in tempo zero in direzione con la faccia da pentita. Mentire non è proprio tra le mie doti, ma oggi è andata.

Parcheggio l’auto lungo il solito viale alberato. Faccio scendere i cani. Zaino in spalla e mi infilo subito nella pineta che porta al mare. Caro Porto Caleri, sono qui.

Amo questo posto, è uno dei pochi litorali veneti, quanto più possibile incontaminati, che siano rimasti in queste zone. Già nella pineta che porta al mare, si respira un’aria selvaggia, che fugge dalla città e rigenera lo spirito. I cani sono al settimo cielo, che per loro vuol dire starsene con il culo all’aria e il naso piantato per terra, per annusare ogni cosa. Si godono tutti gli odori, proprio come sto facendo io. Abbiamo però cinque sensi, ed è impossibile non soffermarsi sul magnifico silenzio che ci avvolge. La quiete, dopo la tempesta.

Basterebbe attraversare verticalmente la pineta, per arrivare alla spiaggia. Oggi però, per assaporare questi istanti, decido di passeggiare qua e là; senza gettarmi subito verso il mare, come farei d’estate. Questi grandi alberi sono il miglior nascondiglio per la fuga. Qui sotto mi sento al sicuro. La brezza, leggera e delicata, rende il nostro girovagare ancora più piacevole.

Una volta fatto il pieno del colore verde, la voglia di blu diventa però irrefrenabile. Smettiamo così di camminare lungo la pineta e viriamo dritti verso il mare. Che grande emozione, mi sento come ad un primo appuntamento. E lui mi piace, mi piace da morire, il cuore non può far altro che battere forte. Eccolo, lo vedo da lontano. È anche più bello di quello che mi aspettavo. Il suolo sotto i piedi muta, da verde e marrone, si fa beige, sempre di più: la sabbia. Meravigliosa. Mai capirò chi la disprezza e la trova fastidiosa. Sfilo subito scarpe e calzini, ho la necessità di sentirla sotto i piedi. È fresca, come questa primavera.

L’infinito è davanti ai miei occhi. Stupendo come lo ricordavo, ma vederlo è sempre un’emozione nuova. Ne avevo bisogno. Non c’è dubbio, sono nel posto giusto, forse non nel momento più giusto per l’umanità, ma perfetto per me. Respiro a pieni polmoni e mi perdo nel rumore più bello del mondo, quello delle onde che si infrangono sulla riva. Libertà.

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Tolgo i guinzagli ai cani, voglio che anche loro possano sentirsi come mi sento in questo momento: libera. Loro cominciano a correre come matti verso la riva e stavolta sono io a seguirli. Amo il loro istinto. Senza accordarci sui movimenti, ci ritroviamo fermi e vicini, con l’acqua che ci arriva alle caviglie. Siamo in sintonia, sono quasi certa che stiamo provando le stesse sensazioni, con volti e musi all’aria, rivolti verso il mare.

Se non fossimo nel bel mezzo di una pandemia, ora probabilmente tirerei fuori il cellulare e comincerei a fare qualche foto, per catturare questo istante. Ma ora no, non me ne importa niente. Questo momento è segretamente nostro, nessuna condivisione.

Una delle bellezze di questa spiaggia, sono senz’altro le tante casette, costruite con i tronchi di legno, sparse liberamente qua e là. La rendono ancor più ospitale. Porto Caleri è una versione in miniatura della splendida spiaggia della Feniglia della maremma toscana. Chissà quando potrò tornare anche da quelle parti.

Queste casette sono delle piccole opere dei passanti, tutte diverse tra loro, uniche. D’estate non è scontato trovarne una di libera, tutti ovviamente se ne vogliono appropriare già dal mattino presto. Oggi però sono tutte per me. Ho il privilegio di poter scegliere, anche quella più bella se mi va. Non serve neanche allestirle con dei teli per avere un po’ d’ombra, il clima è ancora delicato e il sole addosso è solo un piacere. Non devo nemmeno preoccuparmi di badare troppo ai cani, nelle loro sfrenate corse non rischiano di investire i teneri bambini che giocano a riva, o di disturbare le merende e i cani altrui. Anche loro hanno tutto Porto Caleri a disposizione. Scelgo dunque una casetta di legno e mi ci accovaccio sotto.

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Osservo, nulla di più. Da quanto non guardavo la natura con questi occhi, così affamati e grati. Mi lascio andare sulla sabbia, mi stendo, i miei capelli si riempiranno di granelli, saranno il mio pezzetto di mare una volta che tornerò a casa. Sono indecisa se restare ad occhi aperti o se chiuderli, una parte di me non vorrebbe perdersi neanche un istante di questo paradiso. Anche Zen e Misty dopo tante corse trovano la pace e si lasciano andare sfiniti sulla sabbia, poco distanti da me. Il momento perfetto. Credo che il paradiso sia un posto simile a questo, o almeno uno stato d’animo affine.

Mi metto su un fianco e giocherello con la sabbia. Puntualmente, da 29 anni a questa parte, mi ritrovo a scavare, per trovare quella fresca e a lisciarne una piccola superficie per scriverci sopra qualcosa.

“ 🙂 ”

Uno smile è tutto quel che mi viene, non tanto per mancanza di parole ma per la mente libera che mi ritrovo magicamente in questo istante. Riesco a vedere solo il presente: la mia faccia sorridente, intera, senza mascherina, non succedeva da un bel po’. Quando invece questo maledetto virus ci sta facendo pensare solo al passato con nostalgia e al futuro con paura, nel bel mezzo di un presente incerto.

D’un tratto cado bruscamente fuori dal quel mondo incantato: vedo Misty voltarsi di scatto, come se avesse visto muoversi qualcosa. Seguo la direzione del suo sguardo: la polizia. Due uomini avanzano verso di noi. I pesanti scarponi che indossano, li rendono impacciati sulla sabbia. Potrei cominciare a correre, per un po’ dovrei cavarmela, ma sono certa che prima o poi la mia fuga giungerebbe comunque al termine. Come tutte le cose belle. Forse è ora di arrendersi, ma lasciatemelo dire: combattere è stato meraviglioso.

“Signorina, non complichi le cose, provando a scappare.” Grida uno dei due ancora in lontananza.

Alzo le mani in segno di resa, forse l’ultima volta che ho fatto questo gesto, avrò avuto tra i sei e gli otto anni, a seguito di qualche marachella. Oggi ne ho quasi 30, è ora di assumersi le proprie responsabilità.

L’adrenalina scende e l’ansia si impadronisce di me: mi arresteranno. Devo recuperare i cani. Non so che dire. Dovrò fare i conti con un sacco di gente. Perché diavolo l’ho fatto. Aiuto vorrei solo tornarmene a casa. Da dura combattente, a perdente, in un istante.

Vedo Zen avvicinarsi a me, correndo così velocemente che le sue orecchie a punta, sempre dritte e perfette, si allungano all’indietro. Fa un gran salto. Che intenzioni ha??? Sbam mi attera e me lo ritrovo sulla faccia, con lo sguardo fisso su di me. Sono confusa.

Apro all’improvviso gli occhi. Ho la sensazione che qualcuno mi stia leccando. Che diamine succede? Sono sul mio letto. Zen mi è a due centimetri dalla faccia con la lingua a penzoloni. Alla mia sinistra Daniele dorme beato e Misty è nella sua cuccia, come ogni mattina.

Dov’è la polizia? Dove ho messo i guinzagli? Dov’è il mare?

Addio mio dolce sogno proibito.

Una Bionda e Una Penna

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