Se è vero che la felicità è un compromesso, quello di Vera è avvenuto con una sigaretta elettronica. E Vera, non fuma.
L’unica volta che ci provò non aveva ancora compiuto sedici anni e la sigaretta le scappò dalle labbra, rimbalzandole dalla scollatura dritta alla moquette di un pub londinese. Lo prese come un chiaro segnale dell’universo: le sigarette non facevano per lei.
Ora però il fumo le permette di vivere, al contrario di quanto c’è scritto nei pacchetti. Grazie al fumo aiuta i nonni con le bollette e si paga pure le scuole serali. Quando non studia e non lavora, il suo tempo è per una sola persona al mondo: il figlio Kevin.
Kevin è stato il buco nero della sua adolescenza, le ha rubato gli anni della discoteca, delle sbronze, delle passioni, delle delusioni, dei tentativi. Kevin è arrivato quando Vera aveva sedici anni (e tre quarti), sua nonna ci tiene molto a sottolineare quei “tre quarti”.
Vera non aveva mai sentito il cuore battere così forte, il figlioletto le ha fatto superare ogni record: dall’attacco di tachicardia quando ha scoperto di essere incinta, a quando l’ha dovuto dire ai nonni, fino al giorno del parto, e ora ogni volta che Kevin si ammala. Tutun tutun tutun. Il suo cuore è in ostaggio, senza condizione di riscatto, dal 13 settembre di tre anni fa.

Vera è cresciuta con i nonni, Diamante e Alvise, nomi specchio delle loro intense personalità. Nonna Didi, come la chiama Vera, è fortissima, di testa e di corpo, ha i capelli biondo platino sempre in ordine grazie ai bigodini che arrotola con maestria una sera sì e una no. Ha saltato la messa in piega casalinga un solo giorno della sua vita, quello in cui la nipote le rivelò, senza mai alzare lo sguardo, di essere incinta.
Nonno Alvise, che Vera chiama con affetto Alvin, vive e lavora per i suoi amati campi, quando vede il grano che cresce ha il cuore in pace e solo quando sale sul trattore gli pare di avere il controllo della situazione. Quando la moglie gli disse che l’amata nipotina aspettava un bambino Alvise guidò un giorno intero.
“Cresceremo il bambino insieme, e Vera continuerà la sua vita.” Disse al suo rientro a Diamante.
Moglie e marito, quella notte, stremati si fecero coraggio stringendosi la mano sotto le coperte come due novizi. Nelle loro teste e nei loro cuori non c’era altra via possibile. La vita si era già portata via troppo, avrebbero aiutato la loro nipotina con ogni forza.
Ma quando Kevin nacque Vera volle fare la mamma, senza sconti. Diamante provò a svegliarsi al posto della nipote e a proporre il biberon al piccolo, ma Vera arrivava sempre un istante prima di lei e coccolava Kevin con il seno. Didi si rassegnò a fare la nonna, così come Alvin si era rassegnato al nome internazionale che Vera aveva scelto per il nipote.
Alvise guidò senza sosta e senza meta per una mattina intera quando sentì che l’avrebbe chiamato Kevin, lui avrebbe di gran lunga preferito un nome più semplice, tipo Marco o Matteo; già Alvise per certi versi gli era parso un impiccio in vita, ma Vera era determinata. E il nonno, a posteriori, si ritrovò a pensare che Kevin, effettivamente, calzasse a pennello con la personalità vivace del nipote e con il suo color caffè latte.

I due nonni sapevano e sanno tutt’ora poco e niente del padre del bambino, un’avventura durante la vacanza studio, quella della sigaretta finita sulla moquette.
“Al tizio non frega un cazzo.”
Aveva sentenziato Vera l’istante subito dopo la rivelazione.
La madre di Vera le aveva lasciato tre cose: gli occhi identici di un colore indecifrabile tra il verde e il marrone, il vuoto più profondo della vita e una specie di marchio legato al nome che le aveva dato. Vera dice sempre, senza mezzi termini, quello che pensa.
Di sua madre ricorda tutto e niente. L’amore totale che d’improvviso diventa nulla cosmico. Le mani lisce e il profumo alla rosa mutati in racconti e ricordi con aromi che via via si fanno sempre più sfumati.
“La mamma ora ti veglia dal cielo.”
Diamante le diceva spesso che per parlare alla madre bastava rivolgere lo sguardo al cielo, ma quando Vera era bambina questa cosa non la convinceva per niente, per lei il cielo era un posto brutto che risucchiava le persone a cui si vuole bene.

La maggior parte delle compagne arrivava a scuola stringendo le mani delle madri, mentre lei arrivava con il pulmino, assieme ai bambini più grandi.
La maggior parte delle compagne a cena parlava di cotte e delusioni, mentre lei, pur mangiando piatti gustosissimi, non si concedeva queste confidenze. I nonni erano immensi, le avevano dato ogni cosa, ma i nonni non potevano essere Sara. La donna che per sei anni aveva riempito con dolcezza ogni vuoto, anche quello del padre mai conosciuto.
Vera impiegò un anno e sette esami di guida per prendere la patente. La teoria invece l’aveva passata al primo colpo.
“Guidare mi fa proprio schifo!”
Diceva a nonno Alvin a ogni fallimento d’esame. Ma lui, in cuor suo sapeva la verità: la nipote aveva paura di guidare perché la sua amata Sara aveva perso la vita in un incidente stradale.
“Andrò a vivere in una grande città, di quelle in cui le macchine non servono e ci si muove con i mezzi.”
Ma con l’arrivo di Kevin accatastò questo e molti altri sogni in un cassetto. Ora i sogni che si concede passano attraverso gli occhi del figlio.
Vera si occupa di sigarette elettroniche, ogni giorno monta e smonta un tavolino rotondo in una tabaccheria del paese e propone quei prodotti alternativi ai fumatori. Non le piace l’idea di vendere fumo, ma adora poter andare a prendere Kevin all’uscita dell’asilo, per lei è il momento più bello della giornata, e questo lavoro glielo consente, quindi per il momento è il lavoro dei suoi sogni.

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La maggior parte dei clienti le sembrano un po’ rotti: hanno la voce rauca, l’espressione ingrigita e la pelle bucherellata che pare più vecchia di quello che è.
Alla domanda: “come va?”
Il più delle volte rispondono: “la facciamo andare”.
E spesso ricercano il brio comprando uno, due o tre gratta e vinci.
Quando vede entrare giovani in cerca di sigarette, si ritrova a pensare cos’altro ci potrebbero fare con quel denaro, a quanta salute potrebbero comprare.
Queste sigarette sono davvero la sua più grande contraddizione. Ma lei nella vita ha imparato a scindere molto bene -il come va- al -come dovrebbe andare-.
Zeno è diverso: la sua voce è allegra, ha la pancetta e il colorito roseo, Zeno non fuma. Ma questo Vera non lo sa. Zeno ha molte cose che a Vera mancano: una madre, un padre e la quiete. È un broker finanziario, fa girare i numeri, che sono la sua fissazione fin da quando i compagni lo chiamavano “secchia” e “quattrocchi”.
Era entrato in tabaccheria per comprare le sigarette a un amico.
“Philip Morris rosse” chiese al tabaccaio, allungando lo sguardo sulla ragazza dietro al tavolino rotondo. Puntò l’occhio sulla mercanzia che maneggiava e riconobbe gli strani aggeggi che pipavano alcuni suoi colleghi, cose che lui proprio non riusciva a concepire. Numericamente parlando quella roba ti accorcia la vita.
“Lei è un fumatore?” gli chiese Vera sorridendo, con la prontezza tipica di una promoter a caccia di clienti.
“Sì.” rispose senza esitazione.
“Posso presentarle il nostro nuovo dispositivo a tabacco riscaldato?”
E così, dopo l’esaustiva spiegazione, era uscito dal locale con una Flow: un’alternativa, d’ultima generazione, alla sigaretta tradizionale. Inutile dire che di quella roba non sapeva che farsene, nemmeno la poteva regalare, perché non si fanno certi regali. Il fumo nuoce alla salute, ma Vera era davvero bellissima e vedere quel viso gli aveva fatto un gran bene. Ricci vaporosi colore dell’oro che incorniciavano due occhi altrettanto preziosi, un po’ verdi e un po’ marroni.

Doveva rivederla, doveva capire di che colore erano di preciso quegli occhi. Così tornò anche la settimana seguente.
“Si è trovato bene con la nostra Flow?” le aveva chiesto Vera.
“Benissimo!”
“Vuole provare qualche altro gusto di tabacco?”
“Certo!” affermò stordito.
Tornò anche la settimana dopo ancora e scoprì che la ragazza si chiamava Vera, pure il nome aveva di bello.
Mentre lei gli parlava dei nuovi gusti, lui le osservava gli occhi, erano più verdi che marroni, ma sarebbe tornato altre due volte prima di poterlo affermare con certezza.
Due volte, non una di più, perché Zeno era proprio fissato con i numeri. Se in due volte non fosse riuscito a scucire un appuntamento alla ragazza, avrebbe lasciato perdere. Non aveva senso continuare a stipare stick di tabacco nel cassetto svuota tasche che ormai straripava. Era ora di passare all’azione.
Il secondo tentativo, fallì, ma solo perché Zeno sapeva di averne a disposizione un altro.
Il giorno dell’ultima chance, si era appostato fuori dalla tabaccheria per aspettarla. Vera staccava alle 12:30 e se, come pensava lui, i numeri non mentono, sarebbe uscita dalla porta in un arco temporale che andava dai tre ai sette minuti.
Eccola.
“Ciao, Vera!”
“Ciao.”
“Posso aiutarti?” le chiese, indicando il borsone che le abbassava la spalla.
“No, tranquillo ce la faccio da sola.”
“Insisto, sembra pesante.”
“Non amo chi insiste” disse lei nel suo modo sempre così diretto “ma lei mi sta simpatico, quindi solo per oggi ne approfitto.”
Zeno sudò freddo per la prima metà della frase, ma sorrise di gusto alla seconda. Prese in mano il pesante borsone nero e la pregò di dargli del tu.
Sentiva che Vera era fuggevole, i minuti e i numeri a sua disposizione si stavano consumando. C’era da giocarsi il tutto e per tutto.
“Sai… io non fumo.”
Lei si fermò un istante e sbarrò gli occhi, verdi, erano verdi, su quello Zeno non aveva più dubbi.
“Neanche io.”
“E come fai a vendere questa roba?”
“Il fumo è tutta una contraddizione. C’è scritto ovunque che uccide, eppure la gente continua a comprarlo. Non c’è troppa logica in questo ambito e io ci ho trovato un lavoro. Tutto qui.”
“Cosa fai nella vita? Oltre a vendere fumo e a non fumare, intendo.”
“Non molto, ho un bimbo che si fuma tutto il mio tempo.” Disse sorridendo.
“Un figlio??? Sembri così giovane.” Stavolta a sbarrarsi furono gli occhi azzurri di Zeno.
“Lo sono, infatti. Non serve la patente per diventare mamma.”
“Sei piena di sorprese.”
“In realtà no, ho una vita abbastanza prevedibile, mio figlio e il lavoro sono le due cose più strambe che posso raccontarti. Ora scusami, devo andare…”
“Zeno, mi chiamo Zeno.”
“Torna a salutarmi Zeno, anche se non fumi.”
“Lo farò.”
Per Zeno era arrivato il momento di giocarsi tutti i suoi numeri.
“33842541**”
“Che fai, dai i numeri?”
“Mi piacerebbe rivederti, Vera.”
“Zeno, sei molto gentile, ma voglio essere sincera con te, in questo momento ho davvero altre priorità.”
“Non pretendo di essere tra queste, ma prendi il mio numero. E se ti va, chiama. Tutto qui.”

Vera non aveva un vero motivo per non accettare il foglietto che lui le stava allungando, e poi Zeno era stato il suo cliente numero uno, grazie a quella vendita le avevano confermato il ruolo di Brand Ambassador, alias venditrice di fumo.
“Ok, ma se non ti chiamerò non ti offendere.”
Si salutarono e Zeno restò con due convinzioni: quella ragazza era proprio uno spettacolo e quello spettacolo di ragazza non lo avrebbe richiamato.
Nonno Alvin un pomeriggio disse a Vera che voleva portare Kevin in gelateria.
“Così ti pigli un po’ di tempo per te, stai sempre di corsa.” Quella frase equivaleva al più autentico tra i “ti voglio bene”.
“Una pallina e un ciuffetto di panna, senza esagerare!” disse rivolta a Kevin che stava già saltellando via euforico.
Quel pomeriggio Vera si ritrovò a pensare agli occhi azzurri e simpatici di Zeno e gli fece squillare il telefono. Saranno quelli di Fastweb, pensò lui.
“Ciao, sono Vera, la ragazza delle sigarette…”
“La venditrice di fumo!”
“Esatto.”
“Mi fa molto piacere sentirti, non ci speravo più.”
Vera voleva fargli una domanda ben precisa, la stessa che lui le aveva fatto quel giorno fuori dalla tabaccheria e che a lei era piaciuta moltissimo. E così fece: dritta, senza preamboli, a modo suo.
“Cosa ti piace fare nella vita, oltre a comprare sigarette e a non fumare, Zeno?”
Zeno esitò, forse avrebbe dovuto dire qualcosa di sorprendente, ma invece rimase fedele a se stesso.
“Amo le cose semplici… gli M&M’s, quelli gialli in particolare, le giornate lunghe di giugno, i tramonti al mare e il gelato, ma deve averci sopra un po’ di panna montata.”
Vera sorrise, e penso al suo Kevin, che in tutta probabilità in quell’istante si stava sporcando la maglietta proprio con della panna montata.

“Allora potremmo mangiare un gelato, magari… uno di questi giorni.”
Zeno si giocò un numero, un numero ben preciso: “Sei libera il 18 alle 18:00?”
“Ma il 18 è oggi, e le 18:00 sono tra un’ora…”
“Esatto, sei libera?”
“Beh… sì.”
E così il fumo per una buona volta salvò due vite. 🙂
FINE
Alessia Fiorentino
Una Bionda e Una Penna

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